Roma, 5 ottobre 2026
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Bettini: «Il campo largo esiste e va rafforzato». Il Pd prova a costruire l’alternativa alla destra

L’esponente dem rilancia l’idea di un centrosinistra largo: «Non mancano i leader, il programma sta nascendo». Dalle primarie alla politica estera, il Pd cerca una sintesi con M5S e alleati

di Camilla Palladino TEMPO DI LETTURA 4'
Bettini: «Il campo largo esiste e va rafforzato». Il Pd prova a costruire l’alternativa alla destra

«Il campo largo esiste, ma va rafforzato». È da questa convinzione di Goffredo Bettini che passa uno dei tentativi di ricomposizione del centrosinistra in vista delle prossime elezioni politiche. L’esponente dem invita a non leggere le differenze interne come una frattura definitiva e indica nella costruzione di un progetto comune il passaggio decisivo per arrivare a un’alleanza competitiva. Bettini, in un’intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno e nei suoi interventi degli ultimi giorni, respinge infatti l’idea di un centrosinistra privo di leadership e programma. «Di leader ne abbiamo fin troppi», osserva, sostenendo che il programma stia nascendo dal basso e che i suoi pilastri debbano essere «pace e giustizia sociale». La questione, dunque, sarebbe soprattutto quella di trasformare le diverse sensibilità in una sintesi politica condivisa.

Bettini: «Non un duello rusticano sulle primarie»

È sul metodo per scegliere il candidato alla guida della coalizione che il confronto resta più aperto. Bettini non esclude le primarie, ma chiede che siano accompagnate da regole e da un’impostazione capace di evitare una competizione interna destinata a lasciare strascichi. «Se si dovranno fare, vanno fatte presto», aveva spiegato nei mesi scorsi, sottolineando il rischio di una personalizzazione eccessiva dello scontro. Più recentemente ha ribadito la necessità di evitare primarie «rusticane» e divisive. Il tema è centrale anche per il Pd, che ha rimesso sul tavolo lo strumento delle primarie per individuare la leadership della coalizione. Il partito guidato da Elly Schlein discuterà della questione nella prossima assemblea nazionale. Nel frattempo, Giuseppe Conte continua a sostenere la possibilità di un «nome terzo» rispetto ai leader dei partiti, mentre nel Pd prevale l’idea che, se non emergeranno condizioni condivise per una candidatura unitaria, il ricorso alle primarie possa diventare la strada da percorrere.

La partita del programma

Per Bettini, tuttavia, la discussione sulla leadership non può precedere quella sui contenuti. Il campo largo dovrebbe costruirsi attorno a un programma capace di tenere insieme il Pd, il Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e le componenti riformiste e civiche. È la stessa impostazione sostenuta da diversi esponenti democratici: prima la definizione dei punti comuni, poi le regole per scegliere chi dovrà rappresentare la coalizione. Tra i temi sui quali il confronto è più avanzato c’è la necessità di una politica sociale centrata su salari, casa e contrasto alle disuguaglianze. Restano invece più complesse le questioni di politica estera e, soprattutto, il sostegno militare all’Ucraina. Proprio sull’Ucraina Bettini ha proposto una possibile mediazione: sostegno alla parte ancora libera del Paese attraverso armi difensive, ma all’interno di una strategia orientata alla tregua e alla trattativa. La sua proposta comprende una fascia demilitarizzata garantita dall’Onu e l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea, ma non nella Nato.

Il Pd cerca una sintesi senza rinunciare alla propria linea

Il tema della politica estera resta uno dei punti più delicati del confronto con il M5S. La posizione di Bettini è stata accolta come un tentativo di avvicinare le diverse sensibilità, ma ha provocato anche reazioni critiche nell’area riformista del Pd, soprattutto sul capitolo delle forniture militari. Sul piano politico, invece, la linea indicata da Alessandro Alfieri è quella di partire dal fatto che il Pd sia il primo partito della coalizione e, contemporaneamente, di costruire prima un programma comune. Se le condizioni per una leadership legata al partito più votato non dovessero esserci, ha spiegato, le primarie resterebbero una possibilità. Simona Malpezzi ha a sua volta sottolineato la necessità di costruire la coalizione attraverso il dialogo, chiedendo chiarezza su programma e regole. Una posizione che si inserisce nel tentativo del Pd di tenere insieme l’alleanza senza cancellare le differenze interne.

Gualtieri resta fuori dal toto-federatore

In questo quadro si colloca anche la posizione di Roberto Gualtieri. Il sindaco di Roma, il cui nome era stato inserito tra quelli possibili per un ruolo di sintesi nel centrosinistra insieme a Gaetano Manfredi, Silvia Salis e Antonio Decaro, ha chiarito di essere concentrato sul lavoro in Campidoglio e sulla ricerca del secondo mandato. Gualtieri ha lasciato aperta la disponibilità a dare un contributo alla politica nazionale, ma senza assumere il ruolo di federatore della coalizione. Il punto di partenza indicato da Bettini resta quindi quello di un centrosinistra che, pur attraversato da differenze su leadership, politica estera e perimetro dell’alleanza, non considera chiusa la possibilità di una sintesi. «Non mancano i leader», è la sua premessa. Il passaggio successivo è trasformare le diverse componenti in un progetto politico comune, con il Pd al centro del confronto sulla costruzione dell’alternativa alla destra.

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